28/12/2010
centimetri
Non so come finisco a casa della famiglia cuore. come la chiamano.
Freddo. Caloriferi poco accesi. Non è nemmeno una casa è il sopra di un asilo. Tre o quattro stanze e gente che ha deciso di vivere insieme. Due grandi bagni comuni. Come quelli di un ristorante. Ci sono alcune persone che conosco e altre meno. Ci sono bambini che odorano di camino. Non hanno le scarpe ma calze di lana cucite a mano. C’è il pane fatto nel forno a legna dal suonatore di Pan. Il flautista.
Ci sono almeno una decina di chitarre nell’angolo. Una tavola imbandita con i resti dei giorni di festa. Vegetariani. Un senso di comunione che galleggia come in uno stagno. Come se tutti si conoscessero ma nessuno conosce nessuno. Lui non se ne accorge e con gola cerca di entrare nella rete delle relazioni circolari che qui si svolgono. La verità è davvero lontana. Cosa respira? Non si accorge?
Guardo la ragazza dai capelli blu. Sorride. Sorride sempre. Guardo meglio. Bottiglie di vino vuote mi chiamano. Sono molte, molte più dei commensali. Sorride.
Dice che se vuole taglia i capelli alla Capoverdiana… la quale è d’accordo e allora tutti nel corridoio come al patibolo, sacchetto di plastica al collo, un paio di forbici e inizia a tagliare. Mette una sedia di fianco a sé, non per sedersi ma per appoggiare il bicchiere di vino, che gentilmente e cortesemente tutti le riempiono, per non farla sentire sola.
Io mi siedo lì accanto e gioco con una bambina dal nome di un cartone animato. Lei ha le scarpe. Gioca con lo specchio.
Finito il taglio la ragazza dai capelli blu mi dice vuoi che ti tagli i capelli?
…. Odora di vino e di… lo stesso odore che c’era nel bagno. Vicino all’accendino. E alla sigaretta fatta a mano e lasciata a metà.
Le fisso i capelli e la luce li fa diventare azzurri. E penso che voglio vederla meglio. Le dico sì e mi siedo sullo sgabello. Uno grande specchio ovale davanti a me e lei dietro di me, con le forbici in mano. Mi passa le mani tra i capelli
E poi inizia a tagliare. Seguendo un piano tutto suo, la seguo allo specchio. Sorride sempre. Le dico fai come vuoi ma magari le orecchie lasciamele. Ha le dita leggere e mi si chiudono quasi gli occhi, forse dal freddo, sono in ipotermia. Per dieci minuti la vedo danzare a un ritmo suo sopra la mia testa, la seguo nello specchio. E poi mi fa un cenno con la testa. Ha finito. Ho due o tre centimetri asimmetrici in testa e un ciuffo punk dietro la nuca.
Grazie. Le dico. Ci ritroviamo in bagno a fumare una sigaretta. Parliamo ma lei non connette più di tanto e mi lascia un vuoto. Come qualcuno che ti stringe la mano ma non ti guarda negli occhi.
Ho voglia di andare via. Fa freddo.
Lui continua a seguire l’onda delle bottiglie danzanti sulla tavola. Ridendo e sentendosi parte di una comunità inesistente. Inesistente.
Ci impiego un bel po’ a ritrovare la mia consistenza.
Non so. Mi lasciano tutte le volte una sensazione di solitudine, di qualcosa che si è perso e per ritrovarsi si è allontanato ancora di più.
Di vuoto. E di rabbia. per incontri mancati.
11:52 Scritto da: astro-nauta in blog life | Link permanente | Commenti (2) | Segnala | OKNOtizie |
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